PILLOLE DI VITICOLTURA – 4° EPISODIO – LA MESSA A DIMORA DELLE BARBATELLE – CANTINA TORREVILLA

La predisposizione di un nuovo vigneto inizia ancora prima di mettere a dimora le barbatelle. Il viticoltore deve innanzitutto individuare la tipologia di vitigno più adatto al terreno e alla sua esposizione e di conseguenza decidere la tipologia di prodotto finale che vuole ottenere, definendo il “sesto d’impianto”, ovvero la distanza da pianta a pianta e da filare a filare. Il “sesto d’impianto” determina la densità per ettaro delle piante nel vigneto: nel caso di alcuni vitigni, con una bassa densità il vigneto si produrrà meno uva ma di qualità superiore; per contro, con una densità elevata, ne verrà prodotta di più a scapito della qualità – casi diversi riguardano uve come la Croatina, che invece necessita di densità meno elevate, prediligendo poi potature più lunghe. Il “sesto d’impianto” in alcuni casi viene definito anche dai disciplinari dei vini come requisito per poter ottenere una specifica Denominazione.

Le barbatelle, che prendono il nome proprio dalla loro parte radicale, sono piccole, ma già vere e proprie viti, composte dal “portainnesto” e dal “nesto” ed uniti fra loro dall’innesto. Il portainnesto è un tralcio di vite americana resistente alla filossera ed è la parte che andrà interrata, mentre il nesto è la parte che svilupperà la chioma e la tipologia di produzione. L’innesto si rese necessario oltre un secolo fa a causa della comparsa in Europa della filossera, parassita che attaccando l’apparato radicale della vite europea è in grado di distruggere un vigneto in pochi anni. Dopo lunghi studi si capì che la vite americana era molto più resistente alla filossera rispetto a quella europea e pertanto fu adottata come portainnesto.

Il terreno che ospiterà il nuovo vigneto deve generalmente essere prima lavorato in profondità (scasso) con un’aratura di circa 100 centimetri, in modo da migliorarne il drenaggio e la porosità, e successivamente con erpice e/o fresatrice per renderlo omogeneo. Si procede quindi con una tracciatura geometrica del terreno, delimitando l’andamento dei filari con delle piccole corde e segnando sul terreno dove saranno posizionate le barbatelle. In Oltrepò Pavese la messa a dimora avviene solitamente all’inizio della primavera: prima viene recisa parte dell’apparato radicale delle barbatelle, che vengono poi interrate per tutta la lunghezza del portainnesto.

Questa operazione, detta appunto “messa a dimora” o “trapianto” può avvenire manualmente oppure con l’ausilio di mezzi meccanici. Nonostante la piantumazione manuale delle barbatelle sia un lavoro faticoso e laborioso per il viticoltore, che deve usare attrezzi della tradizione come “la forchetta”, questa rimane una tecnica di lavorazione molto diffusa, che consente di piantare la barbatella nel terreno affinché il buco creato dalla forchetta medesima possa chiudersi in profondità, permettendo alla radice di aderire saldamente al terreno.

Il trapianto eseguito meccanicamente si è sviluppato soprattutto negli ultimi 25 anni: inizialmente era una tecnica per la messa a dimora di vigneti di elevate estensioni, poi, con la progressiva diffusione e il perfezionamento delle macchine, anche per il trapianto di piccole superfici. Il trapianto meccanico ha il vantaggio di eseguire una messa a dimora molto più rapidamente rispetto al sistema manuale e di ottenere una piantumazione regolare delle barbatelle, fondamentale per assicurare l’uniformità di sviluppo del primo anno di vegetazione.

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