Elogio delle stagioni
Suggeriamo di partire dalla Frazione Crotta di Romagnese, dove è possibile parcheggiare l’auto e da dove si dipartono o passano diversi sentieri tracciati per il trekking. È un piccolo agglomerato di case i cui abitanti non sfuggono alla regola mai scritta della genuina cordialità di chi vive in luoghi isolati, al prodigarsi in descrizioni e suggerimenti difficilmente riscontrabile in paesi e città maggiormente favoriti dalla presenza degli uomini.

Si lascia sulla sinistra l’oratorio di Totonenzo, dedicato alla Beata Vergine di Loreto, già citato nelle carte d’archivio della seconda metà del XIII secolo perché concesso a Ubertino Landi tra le infeudazioni riguardanti il patrimonio vescovile e che ne fanno risalire le origini a epoca anteriore all’XI secolo, dotato della volta e del portichetto costruiti entrambi verso la fine del 1800, oggi nella sua fresca veste dell’ultimo restauro del 2003.
La passeggiata, sicuramente semplice e alla portata dei più, inizia sulla destra, appena superata la frazione, su una carrareccia sterrata e larga, leggermente in pendenza. Tutto il percorso è dolce e poco faticoso, il dislivello è di solo 230 metri slm e la lunghezza, ritornando sulla stessa via, sarà di 7 km. Sono possibili giri ad anello di poco più lunghi, che consentono di circumnavigare o di conquistare la vetta del monte Calenzone (1.150 m) o del Monte Olmo (1.111 m), di incontrare fabbricati d’Appennino, stalle o rifugi, ma noi, seguendo la suggestione ispirata dalla delegazione Fai Giovani dell’Oltrepò Pavese, ci siamo dati come meta la Faggeta di Castelvecchio. Emergenza naturalistica, è oggetto, da qualche anno, in autunno, di un evento organizzato dalla suddetta delegazione del Fai che invita, nella stagione del foliage, a scoprirla o a rivederla.

Si cammina in uno scenario morbido e tranquillo con modeste cime alberate e ampie praterie a far da contorno, qua e là mucche al pascolo interrompono l’egemonia della natura, una natura amica, possibile e vicina, ben lontana da certe solitudini primitive conosciute in altri angoli sull’Appennino delle Quattro Regioni, un andare pacato che prelude all’abbraccio che verrà.

Si arriva alla faggeta quasi all’improvviso, come di soppiatto, non la si vede dall’esterno, non la si immagina, se non quando già i fusti ci circondano, dritti e altissimi (venti? Trenta metri?), inconfondibili nella loro corteccia bianco-cinerina, le striature orizzontali e le chiazze bianche di licheni parassiti. Ovunque un tappeto di foglie multicolori, nella stagione più intensamente cromatica, che possono essere uniformemente marroni in inverno, o coperte dal candido manto nevoso, scintillanti di cristalli di ghiaccio.
Non esiste una sola stagione o quella migliore per trovarsi lì e sentirsi al centro di un progetto “altro”, di una visione dettata dallo spirito di bellezza per includere e riconciliare.

I giapponesi già dagli anni ’80 sono sostenitori dello shinrin yoku (immergersi nella foresta) a scopo terapeutico, ma non occorre letteratura alcuna per sentire sulla propria pelle una suggestione profonda mentre salgono alle narici le emanazioni di funghi (Fungus Ramari e Clitocybe nebularis che è bello vedere nella caratteristica disposizione a cerchio delle streghe) e all’orecchio giungono versi d’uccelli.
Verrà la primavera e i suoni saranno più numerosi e squillanti, tra le foglie secche spunteranno anemoni dei boschi, la copiosa euforbia delle faggete, e nelle praterie vicine il narciso poeticus, preludendo al verde cupo delle fronde in estate, e all’eterogenea varietà selvatica nelle praterie. Una biodiversità che rincuora, quasi mette a posto le coscienze.
Si ritornerà alla faggeta di Castelvecchio, magari sorprendendoci, a soppiatto, da un’altra angolazione, nei giorni chiari e trasparenti d’inverno quando, più che sempre, lo sguardo può spaziare verso remote lontananze e vede più cose di quante sia facile raccontare, e scopriremo, tra l’apparente inoperosità della terra, il brivido del bucaneve (Galanthus nivalis), avvertiremo gli alti, bianchi, fusti nudi, come colonne a delimitare le navate di una cattedrale. E ci sentiremo piccolissimi, nella giusta proporzione tra noi e la natura.
Mirella Vilardi