Prelibato “Carciofo di Mondondone”

25 Giugno 2026

Artichaut in francese, artichoke in inglese, artischocke in tedesco, articioc in oltrepadano ma anche in altri dialetti del nord Italia. Sono i tanti modi di chiamare il carciofo, arrivato in Europa, attraverso la Sicilia, dalle dominazioni arabe che lo chiamavano al-kharshūf (cardo spinoso). Articioc è oggi il progetto di recupero di una cultivar di carciofo cosiddetta “di Mondondone” che mira all’iscrizione all’anagrafe nazionale dell’agrobiodiversità del Ministero dell’Agricoltura.

Autori del programma sono un manipolo di coltivatori tra cui Pierluigi Doria e Marina Calderara che, da tempo immemore coltivano, nelle campagne intorno a Codevilla, questo ortaggio rustico con pochissime spine, foglia tenera e croccante, ottimo da gustare anche crudo in pinzimonio, e il professor Graziano Rossi, direttore del dipartimento di scienze della terra all’università di Pavia.

Ai produttori va riconosciuto il merito di non aver lasciato cadere nell’oblio un prodotto dell’agricoltura, coltivato in questo lembo di terra per uso famigliare ma anche per piccolo commercio che lo portava dai fruttivendoli a Voghera.

Al professor Rossi si deve l’impegno per la ricerca scientifica che già è valsa l’iscrizione del carciofo di Mondondone nell’Atlante delle varietà ortive tradizionali della Lombardia.

Ninfe protettrici del progetto sono le sorelle Caterina e Giovanna Brazzola della Cantina Montelio che oltre a curare una coltivazione sperimentale nelle loro terre, in sinergia con l’università di Pavia, mettono a disposizione il preziosissimo archivio di famiglia, storicamente molto utile per ricerche sul territorio.

A proposito del carciofo, dai documenti conservati alla Montelio, si evince che fosse coltivato anche per il commercio e come merce di scambio; in un vecchio contratto di acquisto del 1824 un Avo compra un terreno in località Piana (altra frazione di Codevilla) espressamente citato come coltivato a carciofi. E ancora, in un inventario delle proprietà terriere del 1764, compare un campo degli “atriciocchi”, di dimensioni importanti, da lasciar pensare a una coltivazione per il commercio. Commercio del quale si hanno riscontri fino agli anni ‘70-’80 del Novecento.

Gli studi avviati dal dipartimento di scienze della terra all’università di Pavia tendono a identificare la diversità di questa varietà paragonata alle altre Lombarde, non in gran numero rispetto alle molte nazionali e quindi maggiormente interessante.